Umberto Vicaretti

Al passo d’addio venne l’equinozio

Al passo d’addio venne l’equinozio
(obliqua e già ineguale declinava
la curva della luce verso l’erba…).
Quello fu l’ultimo settembre padre
costretto il tempo ormai nella clessidra
lo sciabordio tenace del silicio
a fendere radici di memorie.
Non fu certo la morte il tuo calvario
ma il grano a crescere
il pane da spezzare e le tue mani
arrese al loto ed all’argilla
(noi cuccioli smarriti e la compagna
a tessere lacrime e ricordi).
Stagioni e lune intere inconsumate
poste a dimora anch’esse
nel vuoto dei domani a nascere
e nel vacuo rincorrersi del vento.
Noi fummo vivi solo nel dolore.
Eppure
adesso che chetato vivi
in un altrove chiaro e senza inganni
dove straniero é il dubbio
e sconosciuti sono il torto e la ragione
torna ti prego come quando a sera
stremata sulla spalla anche la falce
mi portavi la rude tenerezza
delle tue braccia grandi immenso nido
dove scricciolo implume reclamavo
la mia dose d’amore e di carezze:
mi alzavi allora piuma verso il cielo
a tendere le mani incontro al sole.
Io quell’abbraccio più non so scordare
padre:
regalami per questo un’altra volta
il brivido degli occhi tuoi felici
e il tuo sorriso come il mio fanciullo.

IV edizione anno 2004