Giovanni Bottaro

 PANTA REI

Sentiero tra alberi, arboscelli, arbusti:
superficie sghemba tra verde eclissato in
ora brumosa, quasi difeso, dal tedio alto
umido evaporante nell’attimo tiepido.
Una estate calda: ecco uno sfondo di
tronchi, scaglie d’un pino. Foglia di salice
sullo stipite della mia porta: un marmo
venato, soglia fredda. Sguardo verso
l’Illimitato ancora latteo, in un
pettegolezzo acceso, d’uccelli. Luna
sfaldata in un mare pigro coperto di
frantumi d’argento. Poi l’oro, il rossosangue
dell’aurora; l’orizzonte: confine
degli occhi; un irradiato limite.

Scoperto, serpeggiante viottolo, compagno
di felci, siepi spontanee, rami recisi in

ridde di brezze, in arsura del salmastro.

Incamminati, aggregati al Caso, effimeri,
come passeri incapaci in volo: il
gomito, la curva della strada; l’ansa del
rivolo, un’ acqua diversa, inaspettata
corrente; il percorso disarmonico di
un’automobile;

il calare inaspettato del
So
le: i respiri ultimi senza ostacoli:
l’IO solo e DIO.

E confluire nel Tutto: materia e Materia,
ragione e Ragione in Universi illuminati.
E l’alga sullo scoglio nutrita
dall’onda, in risacca battuta, allungata,
strappata; le valve del mitilo,
l’incorporea medusa, ed i lemmi
ineguali del mare, avviluppati alle sorti
del giorno, con me in ambascia
nell’Ombra…. verso una sera ….

I edizione anno 2000

 

Variazioni sulla “Corale”
Alle Menschen werden Brueder

I – Allegro, ma non troppo, un poco maestoso
Nel silenzio, da tanto protratto,
negli azzurri del Cielo, senza tempo,
materia indivisa:
amalgama, magma, indistinte molecole.
Ininterrotto risuonare di spirito,
un possibile fluttuare di nuvole.
Il sole, luce scomposta.
E una Luce ardente, sensibile,
a permeare il suo Tutto volatile.
Melodia lenta o sommossa,
il nascere verde/celeste
dell’acqua, dell’aria.
Un’armonia aggraziata/violenta,
la coesione compatta, di atomi.
E noi:
randagio pulviscolo, prima di essere.
E noi:
unione avveduta, di cellule.
Un soffio e un giardino.
La compagna, sbocciata dal sogno,
nel bacio delicato del sonno.
Una Legge.
E noi,
un respiro costante.
E vita, in armonia col Creato.
Eternità illuminata
in uno sconosciuto
scomparire di stelle.
E brezza sulla pelle, vele gonfie i capelli.
Caduti. Riversi nel tempo,
nello stupore delle stagioni. Impauriti,
dal perverso stacco del dirupo,
dal moto arricciolato del mare,
da inesplicabili voci,
nella magia incognita
di ansiosi giochi ombra/chiarore.
Afflitti/lacerati,
sulla via d’un perdono accordato.
Ri-salire tortuoso, affannato.
protratti silenzi
vibrare di spirito
Luce, Tutto volatile
unione di cellule, Essere,
armonia col Creato
caduti impauriti
perdono accordato
ri-salire tortuoso
II – Molto vivace Presto
Battere d’ali :
rondini, scriccioli, passeri.
Vorticare intorpidito di un’aquila.
Oscillare di foglie, vibrare di tronchi.
Correre ubriachi, dimentichi,
impavidi.
Valicare la zolla,
proseguire oltre ogni limite: liberi.
Ragione lontana, appena di là dal fragile,
girovagare spezzato di un corpo di carne.
Ragione vigile, sentita, imprendibile.
Assuefazione, senza stanchezze,
legata al succo di frutti.
Dormire, vegliare.
Serrati gli occhi. Vertigini.
Stranieri, non sudditi.
Un coro di maschere.
Bere. Ridere. Ballare, ribelli.
Né cattivi, né buoni; belli.
Nella sera,
lo sconcerto.
Nel sonno,
l’inganno dell’incubo.
Un’enorme fatica le memorie del ballo.
Di piombo,
le palpebre.
battere d’ali
correre liberi
oltre ogni limite
ragione Ragione
dormire vertigini
stranieri, non sudditi
bere ridere

ballare ballare
di piombo le palpebre
III – Adagio molto e cantabile Andante moderato
Albore, al suono di un’arpa
e gocce gelide sulle guance.
Dubbiosi. Svegli.
Io diverso da te, quasi un riflesso.
E palmo contro palmo, un passo, due passi
Un gesto, un verso, parole:
sorpresa di statue allo specchio.
La lancia uno scudo – mio/tuo/suo -
noi, diseguali, protervi
un muro
un palo
un confine:
la lotta la storia.
Le nocche deformate,
la fronte aggrinzita,
l’ascesa, l’ultima,
in accordi dorati, di flauto,
l’abbraccio su pareti sgretolate
di catene sassose,
i confini abbandonati,
alla luna.
IV – Finale: Presto Allegro assai
Noi, eguali.
E la storia, un rimorso sedato:
terre avvicinate
pagine armoniche
note accomunate.
Commossi, le pupille al Cie!o.
E Tu, vicino.
E Tu, con noi.
Gioia
Con noi,
inscindibile.
Incanto. Quiete.
Noi, in risacca con l’Essere, amici
di giorni infiniti.
evaporate molecole
scissione di atomi
aleggiare di spirito
Rullìo di tamburi, fusione di suoni.
Su Noi
la Luce.

III edizione anno 2002

 

Cadendo diffuse le ombre

Let us go then, you and I,
When the evening is spread out against the sky
T. S. EIiot, The Love Song of J. Alfred Prufrock
Cadendo diffuse le ombre
ticchetta la mia vetrata
- velo che mi divide dall’Essere, intangibile oltre trasparenze -
scheletrito fusto il mio Esistere, posato su ammassi di terra
grigio piagnucola sulla rotonda, annoiata dall’incedere di gomme
sterili fuochi i lampioni
rosse intermittenze/traiettorie vivide stravolgono realtà artefatte.
II vento attracca sulla bitta-castello della Verruca:
più non rufola tra le mie tapparelle
diffuse cadendo le ombre nel Vuoto s’offuscano oggetti
castane le pareti del mio ufficio
il soffitto – un parapioggia appiattito – rivela scaleni angoli affilati
ombre morbide – amiche antiche -
m’ínseguono su travature di palcoscenico
mi sento insicuro sul viscido agli orli di foglie marcite.
In ambiguo tramonto pennellate carminio
sul mio specchio di mare -solo immaginato -
Veleggia a nascondino la Luna Barlumi ocra sulla piana
II Tutto s’annebbia
fili argentati sul mio spicchio di mare, rassegnato vicino allo scoglio
Contorni fiammeggianti sui monti
confondono – sotto nembi oscurati – il mio esilio latente tra vicoli
con bianca verga che batte aritmica
sullo spigolo-sasso del marciapiede
sono come cieco diffuse le ombre cadendo
quando abbuia
la riva intristisce e la stoppia accenna sentenze.
Di un’ultima finestra – nella veglia cheta -
vigila il Lume incerto!
Giaccio sotto chioma sfrangiata d’albero
con me solitario l’Indefinito della notte…

IV edizione anno 2004

 

Con me il salto dello scoiattolo

mormorio d’acqua
brontola – cadendo appena dall’Alto -
il fiotto della Fontana:
rafforza frange il silenzio
si tace
nell’antico lavatoio ammarando
mia madre
e le sue mani arrossate
lavando i miei panni d’inverno
due panche l’edicola della Madonna
parlotta – continuamente – la Fonte
la brezza svolazza
su un uggiolare di foglie:
verde – sfumato – il drappo sul monte
saluto una vecchia passante
(la Nonna frequentava i paraggi)
appoggiata a bastone di legno spellato
strappato a chioma d’acacia:
mi lascia svanendo
nel sentiero segnato
dall’ombra opaca del castagno:
La croce d’un campanile - diceva -
indica il Cielo – qui – assai più vicino!”
(scivola piega
di gonna nera sul ciglio)
serpentello
- a valle – la vena sinuosa del Reno:
il mio ruscello cadrà laggiù chissà quando
pregando
faccio coppa delle mie mani:
ponte del mio corpo rivolto all’Eterno
la bocca vicina al liquido terso della Sorgente
mi sento - per attimi -
cosciente interprete dell’Universo
con me il salto dello scoiattolo…

VI edizione anno 2008