Gian Gabriele Benedetti

I poeti

Anime di frontiera
sparse per il mondo,
i poeti,
forse un po’ bambini
nell’incanto del trasalimento.
Ostinati a tracciare
solchi di parole
per legare spazi e tempi
strappati al silenzio
dell’indifferenza.
Mantengono intatto
il privilegio di giocare
coi buchi neri dell’universo
e con le voci sottili ed infinite
dell’aria randagia.
Seguono tracce pensate ed intuite
tra ipotesi, dubbi, ansie
e sogni erranti;
tra debolezze, fremiti,
malinconie e affanni,
pesando il sentire
di ogni giorno.
S’inventano alibi
di memorie lontane
e vi si immergono
con passi felpati,
ciotole di lacrimee mani giunte
tatuate di tremore,
per cercare una tregua possibile
lungo ostacoli d’ombre
e sbarre arroganti.
Raccolgono preghiere
essiccate sul ciglio della vita
e con assurda ingenuità
di viandanti inquieti
sotto il peso del cielo
sfogliano segni-essenze
ai più sconosciuti,
palpano misteri
grandi quanto l’uomo,
stringono idee prigioniere
e sintesi di gesti acrobati
sui fili evanescenti
degli attimi seminati.
Ne fanno serti
per aggirare il vuoto della Storia.
Forse di loro
sopravviverà solo il coraggio
di addolcire teorie inafferrabili
ed enigmi alieni.

I edizione anno 2000

 

Inverno di memorie

Morde il respiro del monte
la mia angusta strada acciottolata di paese,
nell’ora rovente
che brucia il silenzio di terre solitarie.
Penetra e si perde sotto il brivido di faggi
che l’aria incorporea stuzzica ed inquieta.
Porta i passi duri fin sul crinale
che fatica ad allungare
i suoi profili sghembi
alle soglie evanescenti del cielo.
Scivolano sulle pietre fruste
muti richiami di voci lontane
che radici hanno piantato
sulle orme pesanti del tempo
e rubano stupore antico
al grido giallo di tenaci ginestre.
Qui si annida l’anima di gente,
che l’alba mai sorprese nelle case,
e stelle e lune della notte
ne gestivano il ritorno con rughe di stanchezza.
Qui, aggrappate alle sorti nere
di un domani già eclissato,
crescevano fitte nidiate, quasi implumi,
per prove d’amore mai negate
Qui vecchi testardi,
dagli anni mai contati,
in giorni sempre uguali,
videro morire ultimi sogni poveri
e persero il mondo,
il loro mondo stretto
nella fuga di rondini precoci
di là da mari sconosciuti,
dove non si ammutinavano orizzonti.
Ora è inverno di memorie
e sfiancato geme il nulla
sugli orli estremi del tramonto.
E il vento, a sera,
allunga le sue braccia in trafelate ridde
e narra di fantasmi bianchi
all’odore dell’erba strapazzata.
E dilata ricordi ancora,
ricordi di greggi, evaporati all’abbandono,
che riempivano i prati dai verdi mulinelli
o in lenta unicorde lattea litania,
alla danza lesta e complice dei cani,
verso gli stazzi del sonno.
E questa eco rimossa sbaraglia per poco
solitudini amare di un vuoto
che urla e agghiaccia.
Poi straniero torna il mio sipario
che non conosce più clessidre
a scolpire voli d’altre stagioni.
Su in alto, come allora,
all’intristire pigro dell’aria,
tesse i suoi cerchi digradanti il falco
per l’ultima fame.
Solo questo resta allo sguardo,
affogato nell’umida malinconia.

II edizione anno 2001

 

In ricordo del nonno paterno

Era il sentiero verso i campi
il tuo filo d’Arianna per la vita.
Nell’ora quando sfiorisce il buio,
oltrepassata la soglia di casa,
tornavi a dialogare
con la carnalità della zolla,
che ti cullava il seno.
Solo i primi ratti voli sparpagliati,
in un mondo quasi vano,
ferivano gli enigmi dell’aria
e non avevano canto ancora
(il nido racchiudeva sempre
il caldo della notte).
Rubavi il galleggiante effluvio
d’erbe e fiori senza volto
e senza voce,
nel delirio di rugiade,
la vanga per vessillo sulla spalla
e una preghiera breve
biascicata tra le labbra.
Avevi il sangue adatto
alla solitudine delle tue battaglie
e da amante t’attendeva il campo
nel suo vorace amplesso
dalle grandi palpebre socchiuse,
prive di colore all’alba.
Entravi nel solco da signore
ed eri uomo e terra,
innocenza e terra,
saldezza e terra,
tempo e terra.
E le tue larghe mani,
dai mille segni
di indomito guerriero antico
o di dio agreste
nel suo sacro cerchio,
fasciate di fatica e spighe,
di polvere e saggezza,
di bestemmie e di blandizie
fino alle stelle della sera.
Ti sei lungamente spento,
come la tua e la mia campagna,
che non ha più aspetto e semi buoni,
né chi rompe il ventre nero del terreno.
È rimasto poco più
che un ritaglio in dissolvenza
nel sangue incenerito delle vene,
un ritaglio vacillante, soffocato,
bagnato d’agonia.
Ed io racchiudo questo grumo amaro,
che nessuno può più togliermi dal petto.

III edizione anno 2002

 

L’ultimo volo

Era solo l’uomo,
con la sua segreta inquietudine.
Cercava squarci d’arcobaleno,
attraversando il ponte
dei suoi anni accatastati.
Invano.
Portava nel cuore primavere perdenti
e sulle spalle larghe
il peso mai spento della rassegnazione.
L’odissea stanca,
affidata alla durezza delle pietre,
indicava il capolinea
sulla ruggine preannunciata
e inviliva la nobiltà di mente.
Posò le membra appesantite
sulla nuda terra.
Il soffio d’aria, sottile,
attizzò malinconie e dubbi.
Rimpianse tempi e spazi,
che mai toccarono
le cattedrali del cielo.
Maledì le sentenze,
mute o gridate, del potere
e le frodi clamorose
per ferite inarrestabili.
Solo il gioco della fantasia
tentava ancora il guado solitario
e affrontava intrichi
di boschi maledetti
e labirinti sogghignanti.
Restava il tratto,
l’ ultimo,
a mutare sorte
e a rifiutare morte totale.
Contenne debolezze
e lunghe notti nere
e si rivestì di residue saggezze.
Avrebbe predato anche le qualità
dei suoi molteplici mali
per una paziente consapevole agonia.
Caricò la bisaccia del tempo.
La memoria accese un barlume
nel grigiore dentro.
Alto ancora il monte da scalare.
Molti passi in sequenza
nell’orgasmo trapiantato
di un’illusione estrema.
Rotolò il pensiero
oltre l’attimo struggente,
pulsarono le tempie,
e il corpo ricondotto
dalle briglie d’innocenza.
Sovvertì il gioco freddo del massacro,
per non bruciare altre aurore
e far nascere l’erba
sotto i piedi affaticati.
Era pazzia affidarsi al caso.
A nulla sarebbe contato
il grido sull’effimero.
E si inventò un Dio,
un Dio non straniero.
Qualcuno lo capì
e capì l’ardire del suo ultimo volo.

IV edizione anno 2004