Fernanda Melchiorri

Stazione

Scendo qui.
Non ha senso proseguire.
Non cerco scuse:
il nome del paese non si legge
e la stazione sembra abbandonata.
E’ forse una “stazione” di quaresima
ma non la riconosco.
Ho passato misteri dolorosi
ne ho vissuti gaudiosi.
Quanto ai gloriosi
ancora non ne ho avuti
né questa si propone
come la volta buona.
Mi sgranchirò le gambe.
Chissà che nell’interno
non ci sia qualche piazza pittoresca.
O magari soltanto
mi prenderò un caffè
fumando siederò su una panchina
e farò in tempo a salire sul treno
che passa dopo questo.
Non ha alcuna importanza.
Però ti lascio lo scompartimento.
Puoi riempirlo di specchi
scrivere il nome tuo sulle pareti
non fare sforzi di conversazione.
Lungo tutto il tragitto
ti ho fissato.
Che imbattibile fascino.
Tu guardavi di fuori
ed io vedevo scorrerti negli occhi
immobili marine luccicanti
fughe d’alberi in corsa
tutto il giovane verde
d’ogni ritaglio erboso
ed il continuo azzurro trascorrente.
Ma tu hai visto qualcosa?
Ti ha sfiorato l’idea
di parlarne con me
di farmi parte?
Scendo. Ho deciso.
Che barocche cascate
di volute celesti
di tremiti scarlatti
vertiginosi amplessi
di carne mente e sogni
potevano accadere!
Ma soltanto se un dio
non troppo preso dall’onnipotenza
si fosse preso pena
di soffiarti sul cuore.

IV edizione anno 2004