Benito Galilea

Sapori dell’alba e della sera
La madia adagiò il fiore
delle spighe più volte atteso
e più volte allargato dall’impasto
di lievito caldo.
Geometria di gesti
e tempo di guardare il capo
bianco del padre varcare
la soglia all’ombra del letto
di foglie di mais; falce a distanza
e aratro ancora umido di terra.
Il segno della croce
sulla crosta
benedì il tenero rigonfio
dei pani a forma di grembo,
nell’aria sostarono i pensieri.
Poi l’Angelo soffiò sui trucioli del forno.
Avevamo imparato dal volo
degli uccelli a dimenticare
il presente e negli occhi delle vigne
una forte presenza di gocce a venire
restò sul manto delle piccole api
a farci sognare esodi lontani.
Mia madre si terse il sudore
con panno grezzo e diede senza parola
il pane con olio e sale:
fatica disciolta, i passeri nel cuore.
La grazia di Dio
aveva profumo d’antico.
Infine il corpo grande del nonno
occupò tutta la prima camera
vegliando i tesori della raccolta.
Zanzare azzurre donarono alle lune
un luccichio di campane lontane e dimenticate.
Sul tardi, panni neri varcarono la soglia:
cessò il correre di zoccoli sui ciottoli vicini.
Una mano allungò di nuovo piccoli pani
grondanti di sapori, sparirono le voci. Restava
l’ombra della sera accucciata ai piedi dei camini.

II edizione anno 2001

 

Vangelo sotto i ponti

Sto così. Ai bordi della strada
a pesare il mio silenzio.
Cristo ci aveva
chiamati, ci aveva, ma capita di non
accorgersi delle guerre e i terremoti
oppure della discesa dal cielo se la carne
non è che un uragano steso sulla pelle
dei dimenticati in una domenica di Quaresima.
Solo ai vecchi il pane si scandisce in gola
ogni domenica dell’anno, con il vino
delle osterie e il sangue delle autostrade,
memori di una spiga che confrontava
la parola alla vita della fame di Dio.
Così era il pane nelle vie dei nessuno,
ogni giorno ai focherelli inghirlandati
dal muschio delle rive sotto i ponti, quasi
si sappia in quei luoghi di perdizione
dire la verità una sola volta.
Vangeli di fuoriusciti sradicati al tramonto
per ritrovare una candela che sgoccioli
nei deserti delle città, in quei grumi sgomenti
che divorano l’asprezza dei muti
e le pupille dei ciechi.
Il resto è tirato fuori dalle oasi che il tempo
ci lascia nella sopravvivenza, prima delle tempeste
d’ogni stagione, prima che altro naufragio
srotoli il sudario tra gli sbandati e i matti
che siedono alla tavola per comprare i chiodi
che serviranno un giorno ad inchiodarli alla croce.
Ognuno ha una memoria da recuperare. Ed io me ne
sto così. Ai bordi della strada. A pesare il mio silenzio.

V edizione anno 2006

 

Per altra estate

Bisogna andare oltre
ad occhi chiusi, oltre anche
le maree dei silenzi che si ripetono
per farci vegliare la voce dell’amico
ormai scomparso, seduti
sulla panchina dove arriva il mare.
Bisogna preparare il trasloco
delle cose essenziali, profili e mani
di chi sa esserci vicino, passato di vecchi
che come gregge sparso si portano ancora
al sonno che ci slega andando verso i cimiteri
per ricordare una piccola foto senza nome.
Se solo potessi trasmettere il tarlo
ai vostri gridi nell’estate spogliata,
in questo tempo che se ne va di sera
sulle torce grattando un guizzo al cuore, stringerei
anche la terra ch’era d’altri e non la nostra.
Appannando i vetri alla finestra, mi preparo
a risentire passi sui ciottoli di tufo,
mi preparo al mordere del pane assieme
ai gatti, in quella luce del giorno che accende
le pareti mentre già dal mare chiama una voce
e dice che è tempo nuovamente di migrare.
Ma tu che sai l’uguale stupore nell’eternità del cielo
quando ad oriente la sera si riempie di bagliori,
tu che dalla vigna sgrovigli il cuore guardando
i girasoli, aspetta ancora un anno e prima d’altra
estate scalda la vita che ci resta e questo sogno,
la memoria sulla pelle ancora illesa.

VI edizione anno 2008