REQUIEM PER UN COMMESSO VIAGGIATORE

Se c’è un periodo della vita che non rimpiango
è quello in cui facevo il commesso viaggiatore,
quando dopo lunghe titubanze
varcavo le porte di ogni libreria
con due borse di piombo stracolme di campioni
e di copiacommissioni.
Non rimpiango di certo
la disperata solitudine delle notti
in locande da quattro soldi
con letti di legno in stile coloniale
o testiere di plastica fissate al muro
con puntine da disegno,
un comodino col piano di marmo,
un armadio a un’anta con lo specchio,
una sedia per gli abiti
cui appendevo giacca e camicia
mentre i calzoni
li mettevo accuratamente piegati
a stirare sotto il materasso come avevo imparato
da quel professore di matematica del liceo
che viveva a pensione
e quando non aveva voglia di lavorare
ci mostrava, per giustificarsi,
la busta paga di venticinquemila lire.
Questo è il mio requiem
per quelle due borse finalmente
appese a un chiodo.