NATO D’AUTUNNO

Da tempo mi piace sonnecchiare apatico
e lontano dal lavorio dei cervelli,
dai comizi  e dalle riunioni sindacali.
Anzi vorrei svendere il mio inutile guardaroba
di sogni lisi e di ideali fuori moda
che mi sembrano zitelle vanamente inacidite
e maledicenti la loro insulsa verginità
mentre covano fino all’ora della morte
l’insensata speranza d’uno stupro.
Devo disfarmene per evitare il rischio,
in un momento d’incauta distrazione,
di aprire il baule dove li ho rinchiusi
e trovarmici di nuovo faccia a faccia.
Lo specchio dell’armadio tarlato mi riflette
la solita dozzina di domande inevase;
per ripicca vi soffio sopra appannandolo
e col dito scrivo “Carpe Diem”,
rinviando come sempre una discussione
certamente foriera di cefalea.
Non chiedetemi rose che non ho;
sono nato in autunno, tolto dal grembo materno
mentre il vento strappava
la foglia gialla del fico dal suo ramo
e insieme cademmo in un turbine
di destini comuni.