ADOLESCENZA

A dodici anni ero ragazzo di bottega
alla Buca di Topo -Topo, un’osteria
sulla cui insegna pitturata da un cliente
col bernoccolo dell’arte
due topolini dalle code svettanti
rosicchiavano il tappo d’una damigiana
(il neon era realmente un gas raro
sui muri crivellati di mitraglia).
M’aggiravo svelto e cheto
tra i tavoli gremiti a mezzogiorno
dispensando quartucci e mezzi litri
coi calzoncini corti grigioverdi
miracolo di materna chirurgia
sull’uniforme lisa di papà
e l’occhio fisso al resto per la mancia.
All’ora di chiusura,
sospinto fuori l’ultimo ubriaco,
lasciavo il padrone curvo sul cassetto
a conteggiare gli incassi di giornata
e trotterellavo per la strade buie
verso il mio lettuccio
e il libro d’avventure.